Un futuro incerto per i dottorandi dell’università italiana
Coordinamento Nazionale dei Dottorandi CSA della Cisal Università
Un futuro incerto per i dottorandi dell’università italiana
Premessa Il dottorato di ricerca è il più alto livello di formazione universitaria, come stabilito dal processo di riforma internazionale dei sistemi di istruzione superiore dell’Unione Europea.
L’accesso è consentito solo previo superamento di un concorso nazionale, riservato ai laureati della specialistica, che prevede, in genere, una prova scritta, una prova orale, l’attestazione della conoscenza di almeno una lingua straniera e la presentazione del progetto di ricerca che si dovrà elaborare; questo comprende i tre anni di ricerca, al termine dei quali i dottorandi dovranno presentare e discutere la tesi svolta.
Il dottorato implica anche, la partecipazione, attiva/passiva, a convegni e seminari, la pubblicazione di articoli specialistici, il confronto con esperti, anche a livello internazionale del proprio settore, seguire il proprio tutor, durante tutte le fasi della sua attività in cattedra. Sono inoltre, consigliati, periodi di soggiorno all’estero; quando questi risultano di almeno sei mesi l’anno, si possono anche tradurre in un vero e proprio dottorato in “cotutela”, con la discussione finale del proprio lavoro nella madre lingua e in quella del paese ospitante, conseguendo un doppio titolo di dottore di ricerca, nella propria università italiana e in quella situata all’estero.
ProblematicheIL valore culturale che spinge a frequentare un corso di dottorato, purtroppo si scontra con i vecchi problemi dell’università italiana, problemi che richiedono “insistentemente” una riforma del sistema universitario e, soprattutto, “più fondi per la ricerca”, soluzione per frenare la continua “fuga di cervelli”.
Le problematiche che si individuano sono tante, ma alcune fondamentali.
Prima, la remunerazione o borsa di studio di un dottorando, che in Italia è corrisposta in misura di gran lunga inferiore rispetto agli altri paesi europei; un ricercatore italiano “guadagna” in media 12.000 euro lordi l’anno, tra i più bassi d’Europa, metà di un inglese, un quarto di un norvegese. Sebbene mille euro al mese non è certamente uno compenso “giusto e dignitoso” per un laureato, circa la metà dei dottorandi non percepisce nemmeno tale somma; i posti di dottorato, infatti, sono per metà con borsa di studio, quindi retribuiti, e per metà senza borsa, ovvero non retribuiti, anzi con l’ulteriore aggiunta delle tasse da dover pagare all’università, e quindi troppo spesso, i più meritevoli, devono rinunciare al dottorato.
Questo sottolinea ancora una volta, come il “sistema Italia”, non investa su ricerca e innovazione, tanto da rendere “l’amore e la voglia per la ricerca”, sempre più difficile.
Il finanziamento della ricerca è una questione così delicata, da costringere un terzo dei dottorandi, che non hanno la possibilità di essere mantenuti dalla famiglia per altri tre anni dopo la laurea, a cercarsi un lavoro. Lavorare e, al tempo stesso, fare ricerca, non è “assolutamente adeguato”, magari un lavoro nello stesso campo di interesse, che sia insegnamento o ricerca, potrebbe essere più consono.
Forse non tutti sono coscienti, ma per esperienza diretta, ho constato come dottorandi, assegnisti di ricerca ecc. .., sono utilizzati sì all’interno degli atenei, ma troppo spesso in modo improprio, sfruttandone solo le notevoli capacità e la grande determinazione a condurre progetti, e, raramente, per gli stessi, si predispongono percorsi finalizzati all’inserimento stabile nelle strutture di ricerca. Questi giovani e non, tutti brillantemente laureati, potrebbero essere invece, una delle più importanti risorse dell’università italiana, che aspetta da tempo una reale e chiara rinascita.
A “tutti” i dottorandi, dovrebbe essere quindi corrisposta una borsa, tale da consentire di “vivere” e svolgere dignitosamente almeno “l’essenziale” di quello che richiede tale percorso. Sono solo poche le realtà che cercano di invertire la tendenza; ad esempio, la Regione Puglia, negli ultimi anni, ha promosso un’iniziativa in favore della ricerca universitaria, destinando parte dei Fondi europei per sovvenzionare i dottorandi senza borsa. E tutti “gli altri”?
Il dottorato non è solo un problema economico, ma rappresenta la “punta dell’ iceberg” che nasconde inefficienti politiche del lavoro, precariato, formazione, ricerca, innovazione e crescita del sistema produttivo. Migliorare la “formazione”, è quindi sinonimo di crescita dell’intero paese; la ricerca e la conoscenza è il futuro, e lo Stato non dovrebbe vederla invece, solo come un “peso”.
Se poi si considera che la spesa dello Stato per istruire una persona, dalla scuola primaria al dottorato, si ritiene ammonti a centinaia di migliaia di euro, si evince chiaramente che tale ingente investimento va poi perduto, poiché chi ha compiuto un percorso di studi ad alta formazione, non è poi assolutamente “valorizzato e utilizzato”, all’interno del mercato del lavoro.
Terminato il triennio di dottorato, l’80% dei dottori di ricerca vorrebbe continuare a lavorare nel campo universitario e, con il cuore, possibilmente in Italia, ma la possibilità reale di carriera accademica è modesta, e solo il 20% dei dottori di ricerca riescono a proseguire il percorso intrapreso nell’università; per gli altri, in Italia, invece, inizia una “umiliante” ricerca di nuove strade, che porta, inevitabilmente, ad accontentarsi di qualunque soluzione.
Per di più, il dottore di ricerca è una figura spesso sconosciuta, e non valutata a dovere; sarebbe quindi opportuno, riconoscere tale titolo nei concorsi pubblici, e promuovere l’inserimento di dottori di ricerca nell’insegnamento, o predisporre incentivi per la loro assunzione nel sistema produttivo, e non essere, come ora, emarginati e troppo spesso “evitati”.
Se non si affronta la difficile situazione della ricerca in Italia, le alternative sono due, rinunciare, oppure trasferirsi all’estero; la “fuga di cervelli” è uno dei tanti aspetti negativi dell’Italia che dovrebbe essere scongiurato. Lo Stato dovrebbe, attraverso scelte intelligenti, destinare, o quanto meno predisporre, un sistema tale, che consenta ai futuri dottori di ricerca, di inserirsi a pieno titolo, nel mondo della ricerca o del lavoro.
La Coordinatrice
Dott.ssa Elena Quadri
Tel. 335 8298259
e-mail: elen.quadri@gmail.com